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La fredda luna di luglio


di Membro VIP di Annunci69.it MaxXXL
15.06.2026    |    522    |    0 9.2
"Elia, un ragazzo della nostra comitiva che studiava farmacia, mi prese da parte una sera, tormentato dai sensi di colpa..."
Il risveglio mi colse con la violenza di un maglio che batteva regolare contro le tempie. Un cerchio alla testa insopportabile, accarezzato dal respiro pesante della controra estiva. Riconobbi subito i soffitti alti e intonacati di fresco: ero a casa di Matteo, la nostra fortezza estiva, il punto di riferimento di un'intera giovinezza trascorsa nell'entroterra del profondo sud. Quel luogo significava feste sul patio, birre ghiacciate e pomeriggi pigri a bordo di una piscina che, sebbene datata, per noi era l'ombelico del mondo.
Ma la familiarità della stanza svanì in un brivido freddo quando mossi le gambe sotto le lenzuola. Ero completamente nudo. E, accanto a me, riposava Lucia.
La sorella minore di Matteo. Vent'anni un passato nella danza classica, per poi dover scegliere di trasferirsi a Milano a studiare Economia. La vedevamo raramente da quelle parti, ed era sempre stata considerata una presenza distante, quasi eterea. La guardai, col cuore che mancava un battito. Nonostante la calura soffocante di luglio, si copriva parzialmente con il lenzuolo, ma era evidente che non indossava nulla. Il suo corpo possedeva la grazia aristocratica delle ballerine: una silhouette flessuosa, linee pulite, ossa del bacino e clavicole appena accennate che disegnavano curve di un'eleganza assoluta. Il seno, piccolo e sodo, era uno spettacolo di freschezza, parzialmente velato da una cascata di lunghi capelli castani che le coprivano il viso.
Mentre l'emicrania continuava a pulsarmi nel cervello, mi accorsi con imbarazzo che il mio corpo rispondeva a quella visione con un'erezione vigorosa e prepotente. Feci l'errore di scattare all'indietro per coprirmi, ma il movimento la svegliò.
Lucia aprì gli occhi — due grandi gemme di un verde limpido — e scoppiò in una risata sommessa, deliziosamente maliziosa. «Inutile che ti nascondi. Abbiamo dormito così tutta la notte», disse, puntando lo sguardo sul mio basso ventre.
«Lucia... per dio. Abbiamo... successo qualcosa tra noi?» domandai, con la gola secca.
Lei mi guardò con un'aria sprezzante e divertita. «Di sicuro non abbiamo giocato a scacchi.»
Un freddo siderale mi congelò il sangue. Ero nei guai fino al collo. Il codice d'onore non scritto di quelle latitudini parlava chiaro: aver toccato la sorella del mio migliore amico significava che Matteo mi avrebbe cercato per tutta la Sila. E, come se non bastasse, a complicare quel quadro già drammatico c'era il dettaglio più pesante di tutti: mi stavo per sposare. Ero letteralmente nella merda.
Lucia lesse il terrore nei miei occhi. Con la voce ancora impastata di sonno, mi chiese: «Ma davvero non ti ricordi nulla?».
Frammenti della sera precedente iniziarono a riaffiorare nella memoria come diapositive bruciate. Ricordavo la comitiva riunita a guardare un film pirata in salotto, poi il trasferimento in costume sul patio. Tra un tuffo e l'altro, l'alcol aveva cominciato a scorrere: birre, cicchetti di amaro locale, i giochi d'acqua. In piscina, Lucia aveva cercato di provocarmi, tentando di spingermi la testa sott'acqua come facevo io con gli altri. Ma, esile com'era, per me era un gioco da ragazzi afferrarla per i fianchi e lanciarla dall'altra parte della vasca. Lei però non mollava; riaffiorava ridendo, si sistemava i capelli bagnati e ci riprovava, instancabile, per dieci minuti. Poi l'affaticamento, una birra bevuta a bordo vasca... e da lì in poi, il buio.
Ricordavo solo una strana, improvvisa spossatezza, un'incapacità insolita per me di reggere i drink. Avevo chiesto a Matteo di restare a dormire lì, una cosa già successa altre volte per evitare i posti di blocco, più che per reale necessità. Mi ero sdraiato su una sdraio sotto le stelle, quasi privo di sensi.
«Mi dispiaceva lasciarti lì, alla fredda luna di luglio», continuò Lucia, interrompendo i miei pensieri. «Ti ho trascinato fin qui. E poi ci siamo baciati.»
Quel ricordo si materializzò nitido: il sapore di cloro sulle sue labbra, il profumo dei suoi capelli umidi e quegli occhi verdi che mi fissavano nell'oscurità. Ma avevo creduto fosse solo un bellissimo sogno.
Nonostante la paura, l'eccitazione tornò a farsi sentire, impossibile da arginare. Lei se ne accorse, mi accarezzò il petto con le dita sottili e sussurrò, con una punta di delusione: «Sai, ieri sera non è stato un granché. Eri quasi addormentato».
«Mi dispiace... non ero in me», mormorai sinceramente mortificato.
«Puoi ancora farti perdonare», incalzò lei, annullando le distanze.
Mi catturò le labbra con un bacio travolgente, disarmante, che spazzò via ogni residuo di razionalità, ogni pensiero sul mio imminente matrimonio, ogni paura di Matteo. In quel momento, la morale si arrese all'istinto primordiale.
In pochi istanti mi ritrovai con il viso immerso tra le sue gambe vellutate. Con la lingua iniziai a accarezzare la sua intimità, disegnando traiettorie di costellazioni nel suo inguine, sperando di farle vedere le stelle. La sentii gemere, un suono basso e roco che le nasceva in gola; il suo corpo da ballerina si irrigidì, percorso da fremiti e tremori eccitanti. Quando i suoi sussulti si fecero frenetici e il suo sapore più intenso e concentrato, risalii lungo il suo corpo. Baciai il ventre piatto, indugiai con le labbra sui capezzoli tesi del suo seno perfetto, fino a ritrovare la sua bocca.
Il mio glande, lucido di desiderio, incontrò il suo inguine bagnato. Scivolai dentro di lei con un unico movimento fluido. Lucia era già al culmine: mi strinse le cosce intorno ai fianchi mentre i suoi gemiti diventavano più rumorosi, i respiri spezzati e affannosi, fino a liberarsi in un urlo di sollievo puro, acuto, profondo, come il grido che si lancia quando ci si libera finalmente di una spina dolorosa conficcata nel dito.
Fu esattamente in quel millesimo di secondo che la porta della camera si spalancò.
Matteo entrò, forse per chiederle se andasse tutto bene o se volessimo pranzare. Ci vide in quella posa inequivocabile, con Lucia ancora ansante sotto di me e io bloccato sopra di lei. Il volto di Matteo passò dal pallore allo sbigottimento, per poi accendersi di un rosso violento. La rabbia pura, primordiale, gli vampò negli occhi.
Cercai di arretrare, consapevole di aver disintegrato un'amicizia e tradito la fiducia di troppe persone per colpa del mio istinto. Ma prima che Matteo potesse aprire bocca, Lucia — che aveva quattro anni meno di noi ma un carattere d'acciaio temprato dalla vita milanese — si sollevò sui gomiti e urlò contro il fratello con una furia spaventosa: «Esci immediatamente da questa stanza e fatti gli affari tuoi! Fuori!».
Matteo, sbigottito dalla reazione della sorella, fece un passo indietro e richiuse la porta con un colpo secco.
La magia era svanita. Nonostante tra le braccia di Lucia avessi provato una pace dei sensi mai sentita prima, la razionalità mi impose di considerare quella situazione come un pericolo nucleare. Raccolsi i miei vestiti, mi rivestii in fretta e lasciai quella casa.
Quella fu l'ultima volta che vidi Lucia, e purtroppo anche Matteo. Il senso di colpa e la vergogna mi spinsero ad allontanarmi da tutta la comitiva. Ogni volta che qualche amico in comune mi incrociava al paese e mi chiedeva come mai fossi sparito, cercavo di sviare il discorso con una scusa banale. E se qualcuno provava a punzecchiarmi dicendo che Lucia aveva accennato al fatto che avessimo dormito insieme quella notte, troncavo di netto: «Non ricordo nulla, ero ubriaco, non è assolutamente possibile. In fondo, lei è troppo per uno come me».
Oggi, a distanza di tempo, non ho molti rimpianti nella vita, ma il modo in cui mi comportai allora, specialmente nei confronti di Lucia, mi lascia ancora un fondo di profonda amarezza. Avrei dovuto gestire quel risveglio e quel legame con più coraggio, invece di scappare.
La spiegazione di quella strana spossatezza arrivò comunque qualche mese dopo. Elia, un ragazzo della nostra comitiva che studiava farmacia, mi prese da parte una sera, tormentato dai sensi di colpa. Mi confessò che quella sera, per gioco, aveva sciolto "qualcosa" in una delle birre destinate al gruppo. Si penti subito dopo averlo fatto, l'aveva rifilata a me, convinto che un omone grande e grosso della mia stazza non ne avrebbe risentito minimamente.
Non sono mai stato un uomo violento, ho sempre preferito il dialogo. Ma quella sera, Elia tornò a casa con un occhio nero...

Mi piacerebbe conoscere i vostri pareri voi come vi sareste comportati?
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